CINEBABEL


Giovedì 12 settembre | Cinema Forum | ore 20.30

THE CAMERAMAN

di Edward Sedgwick [e Buster Keaton]
Usa 1928, b/n, 75’

Con accompagnamento dal vivo di NONE OF THEM (voce, elettronica)
In collaborazione con IOIC (Institute of Incoherent Cinematography), Zurigo

Ingresso: fr. 10.-/8.-/6.- (studenti gratis)

Buster Keaton interpreta un cineamatore innamorato di una ragazza impiegata alla Mgm (Marceline Day) che cerca con ogni espediente di farsi assumere, ma i filmati che presenta sono un’accozzaglia di immagini sconnesse e di incomprensibili sovrimpressioni. Sarà una scimmia ad assisterlo nel suo scopo, così verrà assunto e conquisterà l’amore. Primo lungometraggio prodotto da Keaton dopo il suo passaggio alla Mgm, è uno dei capolavori della sua carriera: riprendendo il tema del cinema e dei suoi rapporti con la realtà (già al centro di Sherlock Jr., 1924), il film ne approfondisce alcuni aspetti fino ad affrontare il nodo centrale della sua riflessione, – “l’estraneità dal mondo e l’impossibilità di vivere in sintonia con la realtà” [Benayoun] – nelle scene in cui è soffocato da una folla che non riesce mai a controllare, nemmeno con la macchina da presa. Esilarante la satira del mondo del cinema, del quale mette a confronto le due tendenze estreme: l’avanguardia più intellettualistica (i primi filmati che mostra, con le loro sovrimpressioni, sembrano uscire da un film di Dziga Vertov) e il racconto più tradizionale (tanto tradizionale da poter essere filmato da una scimmia).
(da Il Mereghetti. Dizionario dei film 2017, Milano, Baldini&Castoldi, 2016)

The Cameraman è la terza parte della trilogia autobiografica di Keaton sullo spettacolo e sul cinema in particolare. Insieme con The Playhouse e Sherlock Junior, The Cameraman è il film che mostra e analizza le possibilità della macchina da presa, Keaton da fotografo di posa diventa operatore. È un po’ la storia della nascita del cinema, e la storia sia dei metodi di ripresa, sia delle invenzioni stilistiche. Keaton “deve” filmare tutto, e quindi sovraimpressiona delle immagini a delle altre, a volte sbagliando, perché fa tornare indietro oppure andare avanti la pellicola girando con la manovella. Alla fine comunque il regista più acclamato dalla Metro Goldwin Mayer sarà la scimmia che filmerà il salvataggio di Sally (Marceline Day) ristabilendo il giusto equilibrio per un probabile happy end.
(Francesco Ballo, Buster Keaton, Milano, Mazzotta, 1982)

La comicità di Keaton in The Cameraman contiene pure una riflessione intellettuale sulla macchina da presa come strumento di rapporto con il reale e come mezzo di verifica. L’invenzione geniale della scimmia che rifà il verso al fotografo e riprende la scena in cui Keaton salva la ragazza che sta per annegare, scena che gli permetterà di trionfare sul suo rivale, da una parte sta a indicare l’assurdità del successo dovuto, in fondo, al caso (cioè alla scimmia); dall’altra anticipa l’invenzione critica del film nel film o del film sul film, vari decenni prima di Godard e di Antonioni. Keaton, insomma, già allora aveva dei dubbi sul rapporto che passa tra l’artista e la realtà, tra il mezzo e il messaggio. Straordinario, profondo Keaton!
(Alberto Moravia, “L’Espresso”, 31 gennaio 1971)


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