CINEBABEL


Giovedì 17 settembre | Cinema Forum | ore 20.30

CRISS CROSS (DOPPIO GIOCO)

di Robert Siodmak
Usa 1949, con Burt Lancaster e Yvonne De Carlo, b/n, v.o. st. f, 87’

Ingresso: fr. 10.-/8.-/6.- (studenti gratis)

Dal romanzo di Don Tracy (sceneggiato da Daniel Fuchs), un noir cupo e disperato che, puntando più sull’analisi psicologica che sull’azione, racconta “l’inesorabile avvilimento di un uomo debole e passionale” attraverso alcuni dei temi forti di Siodmak: l’amore ossessivo, la violenza sotterranea e feroce, la visione fatalista della storia – magistrale in questo senso l’uso del flashback, che toglie al presente ogni possibilità di riscatto e di speranza. Tra le ombre e le luci della fotografia di Frank Planer emergono dallo sfondo i quartieri perduti di una Los Angeles ormai dimenticata. Debutto di Tony Curtis nella particina del gigolò.

Nell’ambito di Babel Atlantica, Criss Cross introduce al complesso e affascinante intreccio tra sensibilità americana ed europea che negli anni Quaranta e Cinquanta diede vita in ambito cinematografico al noir, un genere impensabile nei suoi esiti espressionistici senza l’apporto dei tanti registi tedeschi che, come Fritz Lang e lo stesso Siodmak, erano di recente emigrati negli Stati Uniti per sfuggire alla minaccia nazista.

Interviene alla proiezione il poeta scozzese Robin Robertson, autore di The Long Take (Goldsmith Prize, finalista al Booker), poema ambientato nel secondo dopoguerra americano che a partire dal titolo celebra e assorbe le atmosfere notturne crude e solitarie, i tagli netti di luce e gli stilemi dei film noir. La lista delle pellicole citate è da manuale. Tra queste spicca Criss Cross (Doppio gioco), intrecciato alle vicende narrate come un ineludibile leitmotiv.


Walker andò a vedere i film che si era perso dall’autunno in poi:
quello di cui parlava Siodmak, con la scena nei condotti sotterranei –
Egli camminava nella notte – e l’altro che aveva visto girare
nel tunnel della Terza. Era Van Heflin, l’attore che correva,
ed eccolo lì, che si precipita giù dalla scalinata vicino all’Hillcrest,
poi lungo Clay Street ai piedi di Angels Flight.
Doppio gioco, però, era ancora meglio.
C’era tutta Bunker Hill, in pieno giorno, e una scena girata
proprio dove adesso abitava lui: l’androne e le scale; la sua porta.
Quella canzone: I’ll Remember April, di nuovo.
Gli ricordava come sono le donne:
«Devi fare sempre ciò che è meglio per te» diceva lei,
«Non sai che razza di mondo è questo.»
«Be’» rispondeva lui, «la prossima volta lo saprò.»

*

Quella notte bevve: seduto, appannato dalla birra, acuito,
affinato dal whisky.
Due centimetri di cenere sulla sigaretta;
il sottobicchiere a brandelli.
Vide le donne, vestite bene e pettinate,
composte come salme,
che provavano le espressioni allo specchio,
poi le provavano su di lui.
Si alzò e uscì dall’inquadratura.
Col tempo aveva imparato a guardare soltanto
ciò che le donne nascondono,
non ciò che mostrano.

Da Robin Robertson, The Long Take, traduzione di Matteo Campagnoli, in uscita per Guanda nel 2021


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