cineBabel

Dopo l’escursione l’anno scorso nei territori dell’aldilà, Babel torna a concentrasi su un paese e sulla sua letteratura: il Brasile. E i cineclub di Locarno, Bellinzona e Lugano aderiscono con entusiasmo, proponendo per cineBabel un programma di film che spazia dal Cinema nôvo degli anni ’60 ad opere recentissime perlopiù inedite in Ticino. Doveroso ci è sembrato ricordare la figura di Glauber Rocha, del quale offriamo quattro indimenticabili film, realizzati tra il 1962 e il 1967 (dall’esordio con Barravento Terra em transe), che hanno rivoluzionato la storia e l’estetica del cinema brasiliano. A questi abbiamo aggiunto un film poco conosciuto, considerato forse l’ultimo sussulto di quell’esperienza, São Bernardo di Leon Hirszman, tratto dal romanzo omonimo di Graciliano Ramos.

Gli altri sei film di autori brasiliani sono degli anni 2015-2018 e permettono sguardi molto diversi sulla realtà multiforme di un paese vastissimo, dove convivono modernità e tradizione, inquietudini metropolitane e tenaci radici rurali. Completano il programma due film girati in Brasile da registi non brasiliani: Birdwatchers – la terra degli uomini rossi dell’italo-argentino Marco Bechis (2008), che ci porta nel cuore dell’Amazzonia per mostrarci che ne resta degli indios Guarany; e Favela olimpica dello svizzero Samuel Chalard, che indaga sullo sgombero di una favela di Rio in occasione dei giochi olimpici del 2016.
Tredici film per introdurci alla comprensione di un paese complesso e per permetterci di apprezzare il valore della sua cinematografia, di ieri e di oggi.

Michele Dell’Ambrogio, Circolo del cinema Bellinzona


CIRCOLO DEL CINEMA LOCARNO

GranRex
www.cclocarno.ch

Venerdì 7 settembre, 20.30

BARRAVENTO

Glauber Rocha, 1962

Lunedì 10 settembre, 20.30

DEUS E O DIABO NA TERRA DO SOL

IL DIO NERO E IL DIAVOLO BIONDO

Glauber Rocha, 1964

Venerdì 14 settembre, 20.30

ACQUARIUS

Kleber Mendonça Filho, 2016

Lunedì 17 settembre, 20.30

COMO NOSSOS PAIS

JUST LIKE OUR PARENTS

Lais Bodanzky, 2017

Lunedì 24 settembre, 20.30

MÃE SÓ HA UMA

DON’T CALL ME SON

Anna Muylaert, 2016

Venerdì 28 settembre, 20.30

FERRUGEM

RUST

Aly Muritiba, 2018

CIRCOLO DEL CINEMA BELLINZONA

Cinema Forum 1+2
www.cicibi.ch

Sabato 8 settembre, 18.00

SÃO BERNARDO

Leon Hirszman, 1971

Martedì 11 settembre, 20.30

O DRAGÃO DA MALDADE CONTRA O SANTO GUERREIRO

Glauber Rocha, 1969

Giovedì 13 settembre, 20.30

APERTURA BABEL
ARÁBIA

Affonso Uchoa, João Dumans, 2017

Martedì 18 settembre, 20.30

BOI NEON

NEON BULL

Gabriel Mascaro, 2015

Sabato 22 settembre, 18.00

BIRDWATCHERS – LA TERRA DEGLI UOMINI ROSSI

Marco Bechis, 2008

Martedì 25 settembre, 20.30

FAVELA OLIMPICA

Samuel Chalard, 2017

CON LA PRESENZA DEL REGISTA

LUGANOCINEMA93

Cinema Iride
www.luganocinema93.ch

Martedì 11 settembre, 20.30

DEUS E O DIABO NA TERRA DO SOL

IL DIO NERO E IL DIAVOLO BIONDO

Glauber Rocha, 1964

Martedì 18 settembre, 20.30

TERRA EM TRANSE

TERRA IN TRANCE

Glauber Rocha, 1967

Martedì 9 ottobre, 20.30

MÃE SÓ HA UMA

DON’T CALL ME SON

Anna Muylaert, 2016

Martedì 25 settembre, 20.30

AQUARIUS

Kleber Mendonça Filho, 2016

Martedì 2 ottobre, 20.30

COMO NOSSOS PAIS

JUST LIKE OUR PARENTS

Lais Bodanzky, 2017

Entrata

Locarno: fr. 12.-/10.-/8.-

Bellinzona: fr. 10.-/8.-/6.- (studenti gratis)

Lugano: fr. 10.-/8.-/6.-

 

I FILM


BARRAVENTO

Glauber Rocha, Brasile 1962

Con Antonio Pitanga, Aldo Teixeira, Luiza Maranhão, Lucy Carvalho, Lidio Silva…

Bianco e nero, v.o. portoghese, st. f/t, 80’

Nel villaggio di Buraquinho, vicino a Bahia, i pescatori neri accettano con rassegnazione la condizione di povertà e sottomissione alle leggi dei bianchi, guidati dall’esempio di Aruã (Teixeira), il “favorito degli dei”. Fino a quando dalla città non torna Firmino (Pitanga), che cerca di sovvertire l’ordine costituito, incitandoli alla rivolta con tutti i mezzi possibili, compresi la violenza e la magia.

Rocha, al debutto (in sostituzione di Luiz Paulino Dos Santos, autore della sceneggiatura con lo stesso Rocha e José Teles) mescola documento etnografico e mélo, mito e superstizione e racconta una presa di coscienza prima di tutto antropologica. Se nei tratti quasi messianici di Firmino, vero motore dell’azione, è facile individuare i prodromi di Antonio das Mortes (in cui il protagonista è un killer pagato dai padroni che finisce per schierarsi coi contadini), Aruã appare invece come il primo uomo di un nuovo utopico ordine sociale, tutto da costruire, in cui l’individuo non è ancora affrancato e deve essere guidato sulla strada della consapevolezza. La seconda parte, magmatica e fuori controllo, è il degno preludio ai grandi film del regista. Montaggio di Nelson Pereira dos Santos.

(Il Mereghetti. Dizionario dei film 2017, Milano, Baldini&Castoldi, 2016)

DEUS E O DIABO NA TERRA DO SOL

DIL DIO NERO E IL DIAVOLO BIONDO

Glauber Rocha, Brasile 1964

Con Geraldo Del Rey, Yona Magalhïes, Mauricío Do Valle, Lidio Silva, Othon Bastos.

Bianco e nero, v.o. portoghese, st. f/t, 115’

Un povero contadino del Nordeste, Manuel (Del Rey) si unisce alla banda di un ambiguo santone, il “beato” Sebastião (Silva) e finisce col prenderne il posto, diventando cangaceiro col nome di Satanás. Ma nel sertão compare il sicario Antonio das Mortes (Do Valle) col compito di uccidere tutti i “beati”, strumento ambivalente e cieco della dialettica storica: da una parte è al soldo dei proprietari terrieri e della Chiesa, ma dall’altro fa anche giustizia delle rivolte sbagliate, mito di morte che rappresenta comunque per i diseredati una vera liberazione.

Storia a forti tinte, fluviale e abbastanza confusa, narrata con la mediazione di un cantastorie e di molte canzoni, con un finale aperto dove Manuel continua a correre nel sertão e il cantastorie spiega che il mondo non è né di Dio né del Diavolo, ma solo dell’uomo. Capostipite del Cinema Nôvo brasiliano, affascinò soprattutto i critici europei per il suo stile grezzo e povero (l’uso frequente della macchina a mano che sottolinea con le sue imperfezioni di ripresa la drammaticità del Nordeste brasiliano), il tono populista e finto-ingenuo (dove si mescolano la cultura popolare, la tradizione barocca, le influenze di una religiosità mistica e violenta). Può ancher lasciar sconcertato lo spettatore che non condivide l’ossessione di Rocha “scompaginare ciò che è ordinato” per definire un possibile nuovo ordine narrativo. Il sicario Antonio das Mortes sarà protagonista, nel 1969, del film omonimo, sempre di Rocha.

(Il Mereghetti. Dizionario dei film 2017, Milano, Baldini&Castoldi, 2016)

TERRA EM TRANSE

TERRA IN TRANCE

Glauber Rocha, Brasile 1967

Con Paulo Autran, Jardel Filho, José Lewgoy Glauce Rocha Hugo Cervana

Bianco e nero, v.o. portoghese, st. f/t, 115’/

Nell’immaginario paese sudamericano di Eldorado, l’intellettuale comunista Paulo Martins (Filho) è diviso tra la paternalistica amicizia che gli dimostra Porfirio Diaz (Autran), un senatore abituato a gestire il potere, e l’ammirazione per Felipe Vieira (Lewgoy), un leader populista perennemente preoccupato di ogni sua mossa: quando il potere inasprirà la repressione non potrà fare altro che andare incontro a una morte sicura.

Pietra miliare del Cinema Nôvo, raccontato con un lungo flashback, il film “è il più barocco (e wellesiano) delle opere di Rocha” [Fofi], espressione di una crisi totale – morale, politica e intellettuale – che si sviluppa attraverso delusioni e soprassalti d’entusiasmo in un magma narrativo segnato da momenti di un’eccezionale violenza lirica in cui il protagonista (un Paulo dietro cui si può riconoscere Rocha) “si inventa, si confessa, si punisce e si esalta, partecipando pienamente di un delirio barocco non privo di una sua tragica ironia” [idem]. Influenzato dalle teorie guevariste sul suicidio dell’intellettuale e percorso da una forte venatura decadente (che vede nel momento di crisi l’embrione di una futura verginità politica per l’artista, leader di ogni futura rivoluzione), Terra em transe è un viaggio cinematografico impervio, ma che spesso emoziona e coinvolge con la forza della poesia.

(Il Mereghetti. Dizionario dei film 2017, Milano, Baldini&Castoldi, 2016)

O DRAGÃO DA MALDADE CONTRA O SANTO GUERREIRO

ANTONIO DAS MORTES

Glauber Rocha, Brasile/Francia 1969

Con Mauricio Do Valle, Othon Bastos, Odette Lara, Hugo Carvana, Rosa Maria Penna

Colore, v.o. portoghese, st. f/t, 98’

Il Cangaceiro Antonio das Mortes (Do Valle) si trasforma da killer al servizio dei potenti in giustiziere al fianco del popolo in rivolta: sconfitti gli emissari del potere (e trasformatosi da eroe negativo in valoroso paladino) se ne va da solo, novello san Giorgio, verso altri mali contro cui combattere, simboleggiati dallo stemma della Shell, nuovo dragão de maldade da abbattere.

Con un linguaggio visivo barocco e debordante nel quale confluiscono molti elementi della tradizione brasiliana, Rocha realizza un film crudo e violento, suggestivo e delirante, una denuncia “più emotiva che razionale” [Fofi] dello sfruttamento e dell’oppressione. L’unica arma per resistere all’aggressione del potere (e dell’Occidente) è – suggerisce – la cultura popolare con i suoi eroi. Premiato per la regia a Cannes, fece conoscere in Europa il Cinema Nôvo brasiliano.

(Il Mereghetti. Dizionario dei film 2017, Milano, Baldini&Castoldi, 2016)

SÃO BERNARDO

Leon Hirszman, Brasile 1971

Con Othon Bastos, Isabel Ribeiro, Nildo Parente, Vanda Lacerda, Mario Lago, José Guerrero

Colore, v.o. portoghese, st. f, 113’

Paulo Honorio (Bastos), operaio agricolo, è ossessionato dall’idea di acquistare la fattoria in cui lavora, e alla fine ci riesce. Ma per essere rispettabile, un ricco latifondista deve fondare una famiglia: si sposa allora con Madalena (Ribeiro), giovane maestra vagamente progressista. Considerando il matrimonio come una formalità commerciale, non sopportando l’emencipazione della sua sposa e divorato dalla gelosia, Paolo distruggerà progressivamente Madalena e, ricco, potente, temuto da tutti, rimarrà solo, con la sensazione di essere un uomo fallito.

Tratto dal romanzo di Graciliano Ramos (autore che fornì anche la storia di Vidas secas, 1963, di Nelson Pereira dos Santos, il film di Hirszman si sviluppa diversamente, in maniera impersonale, cogliendo i personaggi (e, in particolare, il protagonista) nei gesti vuoti che precedono o seguono le azioni, secondo un procedimento narrativo che procede da Antonioni. “Uno dei pochi esempi di cinema nazionale, rivoluzionario e popolare” [Glauber Rocha], São Bernardo è fra le opere più significative della breve stagione del Cinema Nôvo brasiliano. La figura di Paulo è, al tempo stesso, impressionante, odiosa e pietosa: il film la scruta con una glaciale, e feroce, indifferenza.
“Esiste la storia di un uomo che ha stabilito con la natura e con gli altri uomini un rapporto di proprietà, e in più lo scontro fra le sincere ma brutali idee che Paulo ha nella testa e la coscienza dello spettatore attivata da una serie di fatti molto semplici” [J.C. Avellar].

(da Fernaldio Di Giammatteo, Nuovo dizionario universale del cinema. I film, Roma, Editori Riuniti, 1994)

BIRDWATCHERS

LA TERRA DEGLI UOMINI ROSSI

Marco Bechis, Brasile/Italia 2008
Con Abrisio da Silva Pedro, Alicélia Batista Cabreira, Ademilson Concianza Verga, Ambrosio Vilhava

Colore, v.o. portoghese/guarany, st. f/t, 108’

Mato Grosso do Sul, Brasile. Sfrattati dalle proprie terre per far spazio alle coltivazioni transgeniche, gli indios sopravvivono come possono, anche recitando il ruolo dei selvaggi per i turisti che fanno birdwatching. Un giorno, un gruppo di Guarany-Kaiowa, guidati da Nádio (Vilhava) e da uno sciamano (Concianza), si accampano ai margini di un campo e, quando il loro numero è cresciuto, occupano il terreno. Dopo qualche tentativo di mediazione, la reazione violenta dei proprietari non si fa attendere.

Bechis, che firma la sceneggiatura con Luiz Bolognesi e Laura Fremder, e che gira tutto sui luoghi della storia, racconta un mondo dove le uniche vie di fuga sembrano il suicidio per disperazione o la rivolta senza futuro. Attento a evitare tutte le trappole del facile folclorismo o della piatta didattica, il film non rischia mai di assomigliare a un documentario, ma scava dentro il dolore senza parole di un popolo che ha perso la sua identità, e che vuole ritrovare la propria dignità solo recuperando i legami “viscerali” con la terra (…). Il film, che è interpretato da autentici Guarani-Kaiowa (…), non evita di mostrare il degrado in cui gli indios sono scivolati, ma ne racconta anche la vitalità, il profondo spiritualismo e gli inevitabili compromessi, e lascia allo spettatore il sentimento di aver assistito a una “sacra rappresentazione” straziante e cupissima.

(Il Mereghetti, cit.)

BOI NEON

NEON BULL

Gabriel Mascaro, Brasile/Uruguay/Olanda 2015
Con Juliano Cazarré, Maeve Jinkins, Alyne Santana, Carlos Pessoa, Vinícius De Oliveira

Colore, v.o. portoghese, st. f, 101’

Nel Nordest del Brasile, Iremar (Cazarré) prepara le bestie per le Vaquejadas, rodei spettacolo in cui due uomini a cavallo cercano di atterrare un toro strattonandolo per la coda. Di arena in arena, insieme a lui viaggiano la ballerina Galega, con la figlia Cacà, e due assistenti. Mentre nel cuore di Iremar c’è il sogno di sfondare come stilista nel mondo del tessile, l’arrivo di un nuovo e prestante vaccaro sembra rompere l’equilibrio della carovana./p>

Lontano dalle metropoli e dalle loro dinamiche, e soprattutto in netta controtendenza rispetto a molto cinema brasiliano contemporaneo, Mascaro segue le storie di personaggi che non hanno nulla a che vedere con la frenesia delle grandi città, preferendo concentrarsi su uomini e donne alle prese con attività quotidiane che si ripetono costantemente, seguendo quei ritmi naturali che sembrano appartenere a un’altra epoca. Per fare questo, li mette in scena attraverso l’unico punto di vista possibile: quello dell’amore. Boi Neon è un film che ama i suoi protagonisti, e li rende vivi, esaltando la fisicità di corpi che attraversano uno schermo fissato ad altezza d’uomo. Ecco perché anche la scena di sesso (presumibilmente reale) non irrita bensì appassiona, scansando di forza qualsiasi facile accusa di voyeurismo: perché è il culmine di una narrazione che man mano si fa sempre più avvincente, nonostante la sua dichiarata antispettacolarità. Premio speciale della giuria nella sezione “Orizzonti” della Mostra di Venezia 2015.

(Giacomo Calzoni, in “Cineforum”, 548, ottobre 2015)

AQUARIUS

Kleber Mendonça Filho, Brasile/Francia 2016
Con Sonia Braga, Jeff Rosick, Irandhir Santos, Maeve Jinkings, Julia Bernat, Carla Ribas

Colore, v.o. portoghese, st. f/t, 140’’

Clara (Braga) è una critica musicale in pensione e vive in un piccolo palazzo degli anni Quaranta chiamato “Aquarius”, che si affaccia sullo splendido lungomare di Recife. Una compagnia immobiliare ha già acquistato tutti gli appartamenti dell’edificio per farne un grattacielo di lusso, ma Clara è decisa a non cedere la casa a cui è legata dai ricordi di una vita. Dopo i primi approcci amichevoli, gli speculatori ingaggiano una vera e propria guerra fredda con la donna, in un crescendo di violenza psicologica: abituata da sempre a combattere, Clara non ha però intenzione di arrendersi.

È il capitalismo selvaggio a cui si oppone Mendonça Filho (…) però forse, nel film, non è questo che ha importanza; forse ha più importanza la figura di Clara per quello che rappresenta, un senso pieno di identità che ci si costruisce, come uomini o come donne (ma forse come donne è più difficile e per questo la protagonista del film è tale), nella fedeltà a se stessi e nella coerenza con quello che si è progressivamente diventati, attraverso le esperienze che si sono fatte e attraverso l’apertura a quello che la vita ci ha portato. E conta anche come il film è strutturato in relazione a questo, anzi non strutturato, nonostante la divisione in tre parti (…) e il bel prologo ambientato nel 1980, preceduto dalle immagini della città negli anni Quaranta (…) È in gioco insomma il tempo, che è qui un tempo aperto, disteso, che sa cogliere quello che arriva e che non si impone sui personaggi, ma che è invece, come dovrebbe essere, vissuto.

(Paola Brunetta, in “Cineforum”, 561, gennaio-febbraio 2017)

MÃE SÓ HA UMA

DON’T CALL ME SON

Anna Muylaert, Brasile 2016

Con Naomi Nero, Daniel Botelho, Daniela Nefussi, Matheus Nachtergaele, Lais Dias, Luciana Paes

Colore, v.o. portoghese, st. f/t, 82’

Pierre (Nero) si gode la fine della sua adolescenza nelle feste alla moda di São Paulo ed è alla ricerca della sua vera identità sessuale. Sua madre, che ha cresciuto lui e la sorellina da sola, gli lascia una grande libertà. Ma un giorno cade dalle nuvole quando scopre che sua madre non è la sua vera madre, ma una donna che li ha rapiti alla nascita. E il suo vero nome non è Pierre, ma Felipe. Il suo ritorno presso i genitori biologici, che lo stanno cercando da 17 anni, non sarà però facile: Pierre/Felipe si rende subito conto di non poter condividere la loro concezione della vita.

Anna Muylaert non si discosta molto dai temi affrontati nel suo precedente Que Horas Ela Volta? (The Second Mother, 2015): che ne è delle nozioni di trasmissione, di complicità, di amore, quando le piste della filiazione sono state confuse dalle vicissitudini della vita? (…) La regista non cerca certo di dipanare la matassa facendo trionfare la verità più scontata, che vedrebbe “vincitori” i figli a cui sono stati subito tolti i legami fondamentali e i genitori che reclamano un “dovuto” che di fatto non gli è però mai appartenuto. Preferisce invece l’osservazione sfumata di una situazione inusuale, centrata sull’ambivalenza stoica di un ragazzo più incline a travestirsi da donna davanti a uno specchio che a farsi chiamare Felipe dopo aver per 17 anni risposto al nome di Pierre.

(Gilles Renault, in “Libération”, 19.7.2016)

ARÁBIA

ARÁBY

Affonso Uchoa, João Dumans, Brasile 2017

Con Aristides de Sousa, Murilo Caliari, Gláucia Vandeveld, Renata Cabral

Colore, v.o. portoghese, st. f, 97’

André è un ragazzo che vive col suo fratellino nel quartiere di Ouro Preto a Minas Gerais, vicino a una vecchia fabbrica di alluminio. Un giorno, un operaio della fabbrica è vittima di un incidente. Si tratta di Cristiano, un estraneo al quartiere. André scopre a casa sua un quaderno in cui Cristiano ha raccontato la storia della sua vita errabonda, fatta di lavori umili e faticosi. Attraverso le parole di Cristiano, il film ci racconta la storia di un uomo ordinario destinato alla solitudine.

La maggior parte del film si materializza nella messa in scena di questo testo trovato da André: un manoscritto che si trasforma nella mappa interiore di un operaio disposto a morire di pena (…) Il film si sviluppa tra la polvere e le macchine delle fabbriche, ma è la musica che gli conferisce splendore, rimandando ai film sovietici di Marlen Khutsiev (in particolare a La primavera in Via Zarechnaya). Inevitabilmente ricorda la narrazione archetipica del cinema sovietico in cui l’operaio di quando in quando si lascia sedurre dalla soavità della musa. E proprio in questi momenti, il film si trasforma, passando da un fotogramma all’altro, cessando di essere un film oscuro e convertendosi nella delicata romanza promessa dal titolo.

(Oscar X. Illingworth, in www.cinemaldito.com)

COMO NOSSOS PAIS

JUST LIKE OUR PARENTS

Lais Bodanzky, Brasile 2017

Con Maria Ribeiro, Clarisse Abujamra, Antonia Baudouin, Felipe Rocha

Colore, v.o. portoghese, st. f/t, 102’

Rosa (Ribeira) ha 38 anni, vive con la sua famiglia in un appartamento al centro di São Paulo e desidera solo essere perfetta: nel suo lavoro e come madre, figlia, moglie, amante. Ma più ci prova, più sente di sbagliare sempre tutto. Un’inaspettata rivelazione di sua madre la porterà a cercare altre strade.

Un viaggio nelle dinamiche della donna moderna: madre, figlia, moglie, amante, sorella e professionista. Oberata di impegni e di scelte. Trovare la propria dimensione in una società prettamente maschilista non è facile. Il film riesce a mettere in evidenza quanto la donna abbia una forza sovrumana per far fronte alle battaglie e uscire vittoriosa dalla guerra. E anche quando viene sconfitta non perde mai completamente la dignità del proprio essere, rispetto all’annullamento che molti uomini si procurano.

(David Siena, in www.cineuropa.org)

FAVELA OLIMPICA

Samuel Chalard, Svizzera 2017

Documentario

Colore, v.o. portoghese, st. f, 93’

Rio de Janeiro, da una parte e dall’altra del muro che separa il Parco olimpico in costruzione dalla favela di Vila Autódromo. Nulla impedisce la convivenza tra questi due mondi, ma c’è chi li giudica “incompatibili”, a cominciare da Eduardo Paes, il sindaco di Rio, che mette in atto il recupero di quest’area riservata ai poveri. In un primo momento le forze mobilitate sembrano sproporzionate, ma contro ogni aspettativa gli abitanti, determinati, riescono a respingere l’espulsione con una lotta accanita. Con la cerimonia d’apertura dei Giochi olimpici all’orizzonte, per la favela di Vila Autódromo e il sindaco di Rio scatta una corsa contro il tempo.

Il film rinvia lo spettatore a se stesso. Gli lascia lo spazio per riflettere. Effettivamente ognuno ha il diritto di porsi delle domande sulla complessità della situazione. Ci si può chiedere se il sindaco sia completamente dalla parte del torto e quale sia l’interesse generale della città. Si potrebbe anche credere che ciò che viene offerto agli abitanti della favela in cambio dello sgombero, cioè degli appartamenti moderni con ogni confort, sia tutto sommato la soluzione migliore. Come si potrebbe pensare che venti famiglie “salvate” non sia una cosa così insignificante. O credere che tutto ciò sia solo l’inizio di qualcosa di molto più grande. Io non posso rispondere al posto dello spettatore, e ancor meno al posto di coloro che hanno vissuto questa storia.

(Samuel Chalard, dal Dossier de presse del film)

FERRUGEM

RUST

Aly Muritiba, Brasile 2018

Con Enrique Diaz, Clarissa Kiste, Giovanni De Lorenzi, Tiffany Dopke, Dudah Azevedo

Colore, v.o. portoghese, st. f/t, 100’

Tati e Renet sono due studenti delle scuole superiori. Durante una gita scolastica cominciano a scambiarsi messaggi sui social media. Potrebbe essere l’inizio di una storia d’amore, invece la loro relazione si incrina quando in rete finisce un video intimo di Tati. La vergogna per l’accaduto e la separazione dei genitori di Renet mettono a dura prova il loro rapporto. Riusciranno a recuperarne i pezzi?

La sceneggiatura, firmata dal regista in collaborazione con Jessica Candal Sato, è il frutto di molte esperienze accumulate dai due nel corso della loro carriera. Dichiara Aly Muritiba: “Sia io che Jessica abbiamo insegnato ad adolescenti per un po’ di tempo. Noi, che siamo cresciuti prima della diffusione di Internet e dell’uso sfrenato dei social network, abbiamo parlato molto con loro di come oggi il confine tra vita privata e profilo pubblico non sia più chiaramente definito, con tutte le implicazioni positive e negative che ciò comporta. Da qui è venuta l’idea di fare un film sul tema. Nel mondo virtuale siamo tutti felici, belli, magri, sicuri. Tuttavia, la vita reale continua a scorrere là fuori e, se non siamo educati ad affrontare le conseguenze negative di ciò che non abbiamo programmato, non possiamo che concepirle come insopportabili”.

(da www.aescotilha.com.br)

Per la concessione dei diritti e delle copie si ringraziano:

  • Trigon-film, Ennetbaden

  • Filmcoopi, Zürich

  • Cineworx Basel

  • Outside the Box, Renens

  • One Eyed Films, London

  • Les Films du Paradoxe, Paris

  • Memento Films, Paris